Caro gasolio. "Oltre 11 mila euro di extracosti a camion." Just tv

28/09/2026

Per un autotrasportatore il gasolio non è una spesa accessoria. È materia prima.

I numeri portati all’Assemblea nazionale di Confartigianato Trasporti spiegano cosa sta accadendo alle imprese. Tra febbraio e settembre il prezzo industriale del gasolio, al netto delle imposte, è aumentato del 54,3%. Per un mezzo pesante con serbatoio da 900 litri un pieno è passato da 1.503,78 a 1.971,61 euro: 467,83 euro in più a rifornimento.

Nella simulazione presentata dalla categoria, quattro pieni al mese significano 1.871 euro in più ogni mese e 11.227 euro di maggiori costi per ciascun camion nel periodo considerato. Basta moltiplicare questa cifra per cinque, dieci o venti mezzi per comprendere l’impatto sui bilanci aziendali.

È questa la realtà posta al centro dell’affollata Assemblea nazionale 2026 di Confartigianato Trasporti, tenutasi a Roma, “Guidare il cambiamento. L’autotrasporto del futuro”.

Il Presidente di Confartigianato Trasporti Claudio Riva ha posto a nome della categoria richieste precise: interventi mirati per le imprese maggiormente esposte al caro gasolio, strumenti strutturali di compensazione, sblocco dei 590 milioni per il rinnovo del parco veicolare, tutela degli investimenti e revisione delle regole europee sui tempi di guida e riposo.

Al confronto sono intervenuti il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini, il Viceministro Edoardo Rixi, la Sottosegretaria al MEF Lucia Albano e il Presidente della Commissione Trasporti della Camera Salvatore Deidda. Dal confronto sono arrivati impegni precisi.

Il Governo ha indicato il 20 ottobre per l’avvio delle erogazioni dei crediti d’imposta, con circa 2.000 pratiche al giorno. Rixi ha annunciato la ricerca di ulteriori 80-90 milioni per coprire integralmente le richieste e l’obiettivo di consentire la compensazione almeno fino a marzo 2027.

Per i 590 milioni destinati al rinnovo dei mezzi nel periodo 2027-2031 è attesa entro fine ottobre la firma del MEF. Annunciati inoltre l’insediamento entro ottobre della Consulta dell’autotrasporto e un’iniziativa italiana a Bruxelles sulla disciplina dei tempi di guida e riposo.

Sono risposte importanti, frutto del lavoro della principale rappresentanza dell’autotrasporto artigiano italiano, che ha portato direttamente al Governo numeri, problemi e proposte delle imprese del settore. Ma non sono ancora sufficienti rispetto alla dimensione degli extracosti sostenuti.

Il punto, adesso, è capire quanti di quegli 11.227 euro per camion resteranno effettivamente sulle spalle delle imprese.

 

Gli interventi emergenziali ci riportano però alla questione di fondo: quanto può continuare a costare l’energia alle imprese italiane e quali strumenti deve avere lo Stato per intervenire.

Da oggi Eni introduce sulla propria rete un tetto di 1,99 euro al litro per la benzina e 2,19 euro per il gasolio. È una buona notizia.

Eni è una società quotata sulla quale lo Stato italiano, direttamente e attraverso CDP, conserva il controllo di fatto.

E allora una domanda dobbiamo farcela: siamo sicuri che, su un settore strategico come l’energia, lo Stato possa permettersi di rinunciare a una presenza industriale diretta?

Non immaginiamo uno Stato che stabilisca per decreto quanto debba costare un litro di gasolio. Né sosteniamo che una partecipazione pubblica possa, da sola, risolvere il problema dei prezzi.

Il punto è un altro: quando hai una leva, puoi usarla. Quando quella leva non ce l’hai più, hai una possibilità concreta di intervento in meno.

Ristori e crediti d’imposta sono necessari nell’emergenza. Ma non possiamo affrontare ogni crisi energetica rincorrendola con denaro pubblico dopo che il danno alle imprese si è già prodotto.

Per noi lo Stato deve tornare a esercitare un ruolo industriale strategico nell’energia, anche attraverso la proprietà e le partecipazioni pubbliche.

L’energia è troppo strategica: dal suo costo dipendono la competitività delle imprese, il potere d’acquisto delle famiglie e la capacità produttiva del Paese.

E il problema non riguarda soltanto i carburanti.

A Taranto l’Ufficio Studi di Confartigianato stima per le piccole imprese della provincia un extracosto dell’energia elettrica di circa 100 milioni di euro rispetto alla media europea, il quarto valore più elevato tra le province italiane.

Mentre discutiamo di porto, logistica, industria, diversificazione e futuro dell’ex Ilva, dobbiamo chiederci anche quanto costerà alle imprese produrre e trasportare da Taranto.

Possiamo investire miliardi e realizzare infrastrutture. Ma se un’impresa parte ogni mattina pagando energia e trasporti più dei propri concorrenti, una parte della sua competitività è già perduta.

Il confronto nazionale ha prodotto impegni che adesso devono diventare fatti. Ma contemporaneamente dobbiamo affrontare il problema strutturale.

Non possiamo costruire una politica industriale e poi lasciare che il costo dell’energia ne divori la competitività.

Il mercato deve fare il mercato, ma lo Stato non può limitarsi a guardare.