Sono tornato da Palazzo Chigi con una convinzione ancora più forte: il problema non è più soltanto
capire cosa accadrà all'ex Ilva. È capire cosa accadrà a Taranto. Le responsabilità vengono da
lontano, da decenni di scelte politiche, istituzionali, industriali e sociali che hanno legato una parte
enorme dell'occupazione alle sorti di una sola fabbrica. Questa crisi non nasce con l'attuale Governo.
Ma oggi tocca a questo Governo decidere.
L'incontro è stato ancora interlocutorio. Si è parlato nuovamente di forni elettrici e DRI. Ma chi
investirà? Con quali risorse? Quando apriranno i cantieri e quando entreranno in funzione gli
impianti? Se il DRI farà parte della soluzione, come sarà alimentato? E se servirà GNL, attraverso
quale infrastruttura? Il rigassificatore, a terra o galleggiante, è ancora sul tavolo? Se sì, Taranto deve
saperlo e deve poter valutare fino in fondo implicazioni e alternative. Non sottovalutiamo la
complessità della situazione. Ma proprio per questo è arrivato il momento di passare dalle ipotesi
alle decisioni. Taranto ha diritto a queste risposte, soprattutto se il Governo intende mantenere
produttivo lo stabilimento attraverso la decarbonizzazione. Ma una domanda viene prima delle
altre: quanti lavoratori serviranno nella siderurgia di domani e dove lavoreranno gli altri?
Qualunque sarà il nuovo assetto, è realistico ritenere che la siderurgia di domani possa avere
bisogno di molti meno lavoratori. Cassa integrazione, ammortizzatori e scivoli saranno
probabilmente necessari, ma non possono diventare la prospettiva di Taranto. Questa terra non può
essere condannata a chiedere soltanto assistenza. Deve poter chiedere lavoro.
Tenere una persona per anni fuori dal lavoro, anche garantendole giustamente un reddito, rischia
di impoverirne competenze e prospettive. La tutela deve servire ad attraversare la crisi, non a
rendere permanente l'attesa. E questo vale per tutti: dipendenti, autonomi, artigiani e imprenditori.
Non vogliamo scegliere tra lavoro e salute. Dopo tutto quello che Taranto ha vissuto, sarebbe
persino offensivo riproporre questa alternativa. Vogliamo poter lavorare, fare impresa e crescere i
nostri figli in un territorio sano. Ed è qui il paradosso: abbiamo migliaia di persone sostenute con
risorse pubbliche perché manca il lavoro e, contemporaneamente, un territorio che necessita di
un'immensa opera di risanamento. Perché continuiamo a tenere separate queste due realtà?
Le bonifiche sono prima di tutto un diritto dei tarantini: bonifiche vere, nella terra, nelle falde, nel
mare e nelle aree contaminate.
Che senso avrebbe costruire una nuova siderurgia senza affrontare
parallelamente ciò che quella vecchia ha lasciato sopra, sotto e intorno a sé?
Ma il risanamento può essere anche una grande politica industriale e occupazionale. Può significare
anni di lavoro per imprese, tecnici, impiantisti, edili, autotrasportatori e servizi. Non significa immaginare che migliaia di lavoratori del siderurgico diventino domani addetti alle bonifiche.
Significa costruire un grande programma industriale delle bonifiche, sotto una forte regia pubblica,
con cantieri, imprese, formazione, nuove competenze e percorsi di ricollocazione.
E allora mi chiedo: perché spendere per anni risorse per sostenere l'inattività senza investire con
altrettanta determinazione per riportare le persone al lavoro? Se già anni fa avessimo trasformato
le bonifiche anche in una grande politica industriale e occupazionale, oggi probabilmente avremmo
più territorio risanato, più competenze e meno persone costrette ad aspettare.
La sensazione che porto via da Palazzo Chigi è invece che, ad ogni passaggio decisivo, la discussione
ricominci sempre da capo. È accaduto anche questa volta. Si ripropone un Tavolo permanente per
Taranto. Parteciperemo a ogni sede utile, ma il problema non è il numero dei tavoli: è ciò che accade
dopo. Anche i progetti di reindustrializzazione presentati dal MIMIT saranno vera diversificazione
quando diventeranno cantieri, produzione e posti di lavoro. Occorrerà tempo. E nel frattempo?
Al Governo proponiamo una strada concreta: se un'impresa artigiana o una piccola impresa assume
e forma un lavoratore in cassa integrazione, verifichiamo come gli strumenti pubblici utilizzati per
tutelarne il reddito possano accompagnarne anche il ritorno al lavoro. Non chiediamo regali alle
imprese. Chiediamo di trasformare, quando possibile, il costo pubblico dell'inattività in un
investimento pubblico per il lavoro.
È con questo metro che va giudicato anche il JTF. Se le risorse della transizione non riusciranno a
favorire il passaggio concreto di persone dal vecchio sistema produttivo al nuovo, rischieremo di
aver finanziato la transizione senza averla realizzata. Taranto difficilmente avrà di nuovo una
disponibilità di risorse di questa portata. Non riuscire a trasformarla in nuova economia e nuovo
lavoro significherebbe sprecare un'occasione storica difficilmente ripetibile.
Per anni abbiamo continuato a passare il cerino al prossimo investitore. Oggi dobbiamo prendere
atto che alcune responsabilità non possono più essere affidate all'esterno: le bonifiche sono una di
queste.
Ma anche Taranto deve assumersi la propria responsabilità e dire se vuole ancora una
presenza siderurgica e, se sì, con quali dimensioni e tecnologie, con quali garanzie per la salute e
l'ambiente e con quali infrastrutture. Deve farlo come comunità, senza contrapposizioni
precostituite.
Intanto siamo entrati nell'anno elettorale. Il rischio è che all'incertezza industriale si aggiunga
l'attesa politica e che, davanti a una crisi tanto complessa, ci si rassegni ad amministrarla: cassa
integrazione, proroghe, tavoli, annunci, ancora cassa integrazione. Sarebbe la peggiore delle
soluzioni: non risolvere la crisi, ma imparare a conviverci.
A Palazzo Chigi ci hanno detto che una legge speciale per Taranto richiede troppo tempo e che si
vuole procedere con gli strumenti già disponibili. Se questa è la strada scelta, allora si dicano con
chiarezza obiettivi, risorse e tempi. Taranto non chiede di essere accompagnata per anni nell'attesa.
Chiede la dignità di poter risanare la propria terra, lavorare e fare impresa.
Fabio Paolillo – Segretario generale di Confartigianato Taranto